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Associazione culturale per dare un posto a ogni cosa

 

 

Penelope è figura schiva, su un’isola appartata,

poche parole e una tela che si fa e si disfa: una vita tutta interiore

in un mondo forte e aspro.

Ma, in una storia di viaggi e lunghe tappe, a lei tutto torna:

tornano le navi, tornano gli affetti.

Poi tutto riparte, perché è dell’uomo non stare mai fermo.

 

A Milano Penelope è un centro piccolo,

fuori di mano, bisogna andarci apposta.

Ma qualcosa lì succede, quando qualcuno ha voglia di raccontare,

di suonare, di mostrare; quando i grandi eventi della città trovano eco

in incontri dedicati ai musei, alle mostre, ai libri.

Quando si riscopre come è bello fare insieme

e ci si ritrova per dipingere, per fare la maglia, per cucire...

per fare e disfare.

Quando si dedica tempo al tempo dei bambini,

che sanno dare le forme più impensate alle poche cose messe lì sul tavolo.

 

Penelope, a Milano, è l’associazione di persone

che mettono in circolo capacità, interessi, esperienze,

le condividono con gli altri:

da Penelope si approda, pronti a ripartire

un po’ più ricchi.

dove si dice del giovare agli altri

Suole a' faticosi navicanti esser caro, quando la notte, da oscuro e tempestoso nembo assaliti e sospinti, né stella scorgono, né cosa alcuna appar loro che regga la lor via, col segno della indiana pietra ritrovare la tramontana, in guisa che, quale vento soffi e percuota conoscendo, non sia lor tolto il potere e vela e governo là, dove essi di giugnere procacciano o almeno dove più la loro salute veggono, dirizzare; e piace a quelli che per contrada non usata caminano, qualora essi, a parte venuti dove molte vie faccian capo, in qual più tosto sia da mettersi non scorgendo, stanno in sul piè dubitosi e sospesi, incontrare chi loro la diritta insegni, sì che essi possano all'albergo senza errore, o forse prima che la notte gli sopragiunga, pervenire. Per la qual cosa avisando io, da quello che si vede avenire tutto dì, pochissimi essere quegli uomini, a' quali nel peregrinaggio di questa nostra vita mortale, ora dalla turba delle passioni soffiato e ora dalle tante e così al vero somiglianti apparenze d'openioni fatto incerto, quasi per lo continuo e di calamita e di scorta non faccia mestiero, ho sempre giudicato grazioso ufficio per coloro adoperarsi, i quali, delle cose o ad essi avenute o da altri apparate o per se medesimi ritrovate trattando, a gli altri uomini dimostrano come si possa in qualche parte di questo periglioso corso e di questa strada, a smarrire così agevole, non errare. Perciò che quale più graziosa cosa può essere che il giovare altrui? O pure che si può qua giù fare, che ad uom più si convenga, che essere a molti uomini di lor bene cagione? E poi, se è lodevole per sé, che è in ogni maniera lodevolissimo, un uom solo senza fallimento saper vivere non inteso e non veduto da persona, quanto più è da credere che lodar si debba un altro, il quale e sa esso la sua vita senza fallo scorgere e oltre a ciò insegna e dona modo ad infiniti altri uomini, che ci vivono, di non fallire?….

Ed ecco, con le parole di Pietro Bembo, 

ciò che noi cerchiam di fare: giovare gli uni agli altri.

Gli Asolani, nel Quattrocento, ragionavan d'amore,

noi ragioniamo di un po' di tutto.

Speriamo di farlo insieme.

A presto

 

Cristina